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     Infelici noi povere e meschine,
serve di vanità, figlie del mondo,
lontane, aimè, da l’opre alte e divine!
     Altre per far il crin piú crespo e biondo
provan ogn’arte e trovan mille ingegni,
onde van de l’abisso l’alme al fondo.
     Infelice quell’altra move a’ sdegni
il marito o l’amante, e s’affatica
di tornar grata e far che lei non sdegni.
     Ad altri piú che a se medesma amica,
quella con acque forti il viso offende,
de la salute sua propria nimica.
     Infelice colei, che sol attende
da mezzo dì, da vespro e da mattina,
e tutto ’l giorno a la vaghezza spende;
     per parer fresca, bianca e pellegrina
dorme senza pensar de la famiglia,
e negli empiastri notte e dì s’affina!
     Infelice quest’altra de la figlia
grande, che per voler darle marito,
senza quietar giamai, cura si piglia!
     E, perché al mondo ha perso l’appetito,
non fa se non gridar, teme e sospetta
de l’onor suo che non gli sia rapito.
     Infelice qualunque il frutto aspetta
de’ cari figli, e sta con questa speme,
lagrimando cosí sempre soletta!
     Questo l’annoia poi, l’aggrava e preme,
che misera da lor vien disprezzata,
e di continuo ne sospira e geme.
     Infelice chi sta sempre arrabbiata,
e col consorte suo non ha mai posa,
mesta del tutto, afflitta e sconsolata!
     Tropp’accorta al suo mal, vive gelosa,
e col figliuolo suo spesso s’adira,
non gusta cibo mai, mai non riposa.