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CCXCI

Ad un incerto.

     Signor, s’a quei lodati e chiari segni
il vostro ingegno, i vostri studi e l’arte
v’hanno alzato, e’l vergar di tante carte,
a’ quai s’alzàro i piú chiari e piú degni,
     come poss’io, come i maggiori ingegni,
entrando in tanto mar con poche sarte,
quanto si vuol, quanto si de’ lodarte,
sí che di nostro dir tu non ti sdegni?
     Certo il disire e debito mi sprona,
e via piú la vostr’alta cortesia,
che talvolta di me pensa e ragiona.
     Ma l’opra è tal, tal è la penna mia,
tal di voi parla e sente ogni persona,
che, credend’io d’alzar, v’abbasseria.


CCXCII

A Ortensio Lando.

     Voi, che di vari campi e prati vari
con la penna metendo biade e fiori,
mostrate ognor fra i piú saggi scrittori,
ond’uomo si diletti ed onde impari;
     o degli ingegni al mondo eletti e rari,
di mille edere degno e mille allori,
il cui splendor non fia che discolori
l’invido oblio o gli anni empi ed avari,
     quante grazie vi rendo, Ortensio, poi
che senza merto mio, per vostri scritti,
n’andrò famosa dagl’Indi agli Eoi
     con tant’altre lodate e chiari invitti,
che per la vostra penna e pregi suoi
di morte o tempo non temon despitti.