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CCLXXI

Ad un Michiel.

     Voi, ch’a le muse ed al signor di Deio
caro piú ch’altri, quasi unico mostro,
la via d’andar a lor m’avete mostro,
pensier cangiati innanzi tempo e pelo;
     e, di Morte schernendo il crudo telo,
chiaro poggiate a quel celeste chiostro,
ov’io con voi d’alzarmi indarno giostro,
ché pur m’atterra il peso grave e ’l gelo;
     fate col vostro stil palese e note
le vostre lode a tutto ’l mondo e ’l saggio
senno e valor, ch’ogn’altro par ch’adombre,
     perch’io per me, Michiel, cosa non aggio
d’esser cantata da le vostre note,
che tempo e morte tosto non la sgombre.


CCLXXII

Ad una coppia illustre di sposi.

     Dch, perché non poss’io, qual debbo e quale
voi m’imponeste, al mio stil porre i vanni,
sí che ’l vostro bel nome, dagli inganni
del tempo tolto, al ciel spiegasse l’ale,
     coppia onorata, a cui null’altra eguale
si vede, o vedrà mai dopo mill’anni,
per virtute e valor salita a’ scanni,
ove raro o non mai sí salse o sale?
     Felice Serravalle, a cui per sorte
si diede l’esser retta e governata
da sí gran donna e sí degno consorte!
     Felicissima me, se fosse nata
o con voi prima, o con voi fin a morte
vivesse questa vita che m’è data!