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i - rime d'amore 141


CCXLV

Si duole della fortuna e d’Amore e di sé,
poiché non seppe trattenerlo.

     Musa mia, che si pronta e si cortese
a pianger fosti meco ed a cantare
le mie gioie d’amor tutte, e l'offese,
     in tempre oltra l’usato aspre ed amare
movi meco dolente e sbigottita
con le sorelle a pianger e a gridare
     in questa aspra ed amara dipartita,
che per far me da me stessa partire
hanno Fortuna e ’l mio signor ordita.
     E, perché forse non potrem supplire
noi soli a tanta doglia, in parte al pianto
queste rive e quest’onde fa’ venire:
     onde, che meco si compiacquer tanto
de la cara presenza di colui,
ch’or lunge sospirando io chiamo e canto.
     Questi, Amor, son gli usati frutti tui,
brevissimi diletti e lunghe doglie,
ch’io provo, che tua serva sono e fui.
     Ché, come toglie agli arbori le foglie
tosto l’autunno, cosí di tua mano,
se si dona alcun ben, tosto si toglie.
     Tu mi donasti, ed or mi tien lontano
quanto ben tu puoi darmi, e quanto vede
di caro il sol, tornando a l’oceano.
     E, bench’io sia sicura di sua fede,
bench’io riposi in quanto m’ha promesso,
ne le dolci parole che mi diede,
     quando’l disio m’assale, ch’è sí spesso,
non essendo qui meco chi l’appaga,
la vita mia è un morir espresso.