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i - rime d'amore 139


CCXLIV

Elegiaco lamento, essendo egli lontano.

     De le ricche, beate e chiare rive
d’Adria, di cortesia nido e d’Amore,
ove si dolce si soggiorna e vive,
     donna, avendo lontano il suo signore,
quando il sol si diparte, e quando poi
a noi rimena il matutino albore,
     per isfogar gli ardenti disir suoi,
con queste voci lo sospira e chiama;
voi, rive, che l’udite, ditel voi.
     Tu, che volando vai di rama in rama,
consorte amata e fida tortorella,
e sai quanto si tema e quanto s’ama,
     quando, volando in questa parte e ’n quella,
sei vicina al mio ben, mostragli aperto
in note, ch’abbian voce di favella:
     digli quant’è ’l mio stato aspro ed incerto,
or che, lassa, da lui mi trovo lunge
per ria fortuna mia e non per merto.
     E tu, rosignuolin, quando ti punge
giusto disio di disfogar tuoi lai
con voce ove cantando non s’aggiunge,
     digli, dolente quanto fossi mai,
che la mia vita è tutta oscura notte,
essendo priva di quei dolci rai.
     E tu, che ’n cave e solitarie grotte,
Eco, soggiorni, il suon de’ miei lamenti
rendi a l’orecchie sue con voci rotte.
     E voi, dolci aure ed amorosi venti,
i miei sospir accolti in lunga schiera
deh fate al signor mio tutti presenti.