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i - rime d'amore 137

     Dovunque avien che gli occhi volga e giri,
non vi trovando voi, conte, mi resto
senza speranza, preda de’ sospiri.
     Voi prometteste ben di scriver presto,
non possendo tornar, per porger ésca
fra tanto al mio disir atro e funesto:
     e, poi che non lo fate, temo ch’esca
da la memoria vostra la mia fede,
e che del mio dolor poco v’incresca.
     È questa de l’amor mio la mercede?
e de la vostra fede è questo il pegno?
Misera donna ch’ad amante crede!
     Credetti amar un cavalier piú degno
e ’l piú bel che mai fosse, ed or m’aveggio
che la credenza mia non giunge al segno.
     Empia fortuna, or che mi pòi far peggio,
rottemi le promesse di colui,
senza cui, d’ogni mal preda, vaneggio?
     Io non spero giamai che, come fui
vostra, conte, una volta, non sia sempre;
cosí non foste voi, conte, d’altrui!
     Non so perché la vita non si stempre,
non so com’or con voi ragioni e scriva,
afflitta sí de l’amorose tempre.
     Ma, lassa, che dich’io? perché mi priva
si ’l duol del vero mio conoscimento,
ch’io tema d’una fé tenace e viva?
     Non sete voi quel pieno d’ardimento,
di senno e di valor, ch’a mille prove
trovato ho fido cento volte e cento?
     Perché debb’io temer ch’essendo altrove,
da me partito a pena, in voi sì tosto
novo amor a’ miei danni si rinove?
     Deh, dolce conte mio, per quelle e queste
fra noi ore lietissime passate,
ond’io mi piacqui e voi vi compiaceste,