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i - rime d'amore 125


CCXXXI

Soffre pene piú che d’inferno.

     Le pene de l’inferno insieme insieme,
appresso il mio gran foco,
tutte son nulla o poco;
perch’ove non è speme
l’anima risoluta al patir sempre
s’avezza al duol, che mai non cangia tempre.
La mia è maggior noia,
perché gusto talor ombra di gioia
mercé de la speranza;
e questa varia usanza
di gioir e patire
fa maggior il martire.


CCXXXII

Si nutre di dolore e di pianto.

     Se ’l cibo, onde i suoi servi nutre Amore,
è ’l dolore e ’l martire,
come poss’io morire
nodrita dal dolore?
IL semplicetto pesce,
che solo ne l’umor vive e respira,
in un momento spira
tosto che de l’acqua esce;
e l’animal, che vive in fiamma e ’n foco,
muor, come cangia loco.
Or, se tu vòi ch’io moia,
Amor, trammi di guai e ponimi in gioia;
perché col pianto, mio cibo vitale,
tu non mi puoi far male.