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CCXV

Gode il nuovo e degno suo amore.

     Qual darai fine, Amor, a le mie pene,
se dal cenere estinto d’un ardore
rinasce l’altro, tua mercé, maggiore,
e sí vivace a consumar mi viene?
     Qual ne le piú felici e calde arene,
nel nido acceso sol di vario odore,
d’una fenice estinta esce poi fore
un verme, che fenice altra diviene.
     In questo io debbo a’ tuoi cortesi strali,
che sempre è degno ed onorato oggetto
quello, onde mi ferisci, onde m’assali.
     Ed ora è tale e tanto e sí perfetto,
ha tante doti a la bellezza eguali,
che arder per lui m’è sommo, alto diletto.


CCXVI

Si compiace d’amar nuovamente.

     D’esser sempre ésca al tuo cocente foco
e sempre segno a’ tuoi pungenti strali,
d’esser sempre ministra de’ miei mali
ed aver sempre i miei tormenti a gioco,
     io non mi doglio, Amor, molto né poco,
poi che dal dí, che ’l desir prese l’ali,
mi son fatti i martir propri e fatali,
e libertade in me non ha piú loco.
     Pur che tu mi conservi in questo stato,
dov’or m’hai posta, e sotto quel signore,
onde il cor novamente m’hai legato,
     o mi fia dolce, o tornerà minore
quanto son per provar, quanto ho provato
la sua rara bellezza e ’l suo valore.