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i - rime d'amore 115


CCXIII

Cede al nuovo affetto, e spera di non doverne piangere.

     Un veder tôrsi a poco a poco il core,
misera, e non dolersi de l’offesa;
un veder chiaro la sua fiamma accesa
negli altrui lumi e non fuggir l’ardore;
     un cercar volontario d’uscir fore
de la sua libertà poco anzi resa;
un aver sempre a l’altrui voglia intesa
l’alma vaga e ministra al suo dolore;
     un parer tutto grazia e leggiadria
ciò che si vede in un aspetto umano,
se parli o taccia, o se si mova o stia,
     son le cagion ch’io temo non pian piano
cada nel mar del pianto, ov’era pria,
la vita mia; e prego Dio che ’nvano.


CCXIV

L’antico amore s’attraversa al nuovo, nella memoria.

     La piaga, ch’io credea che fosse salda
per la omai molta assenzia e poco amore
di quell’alpestro ed indurato core,
freddo piú che di neve fredda falda,
     si desta ad or ad ora e si riscalda,
e gitta ad or ad or sangue ed umore;
sí che l’alma si vive anco in timore,
ch’esser devrebbe omai sicura e balda.
     Né, perché cerchi agiunger novi lacci
al collo mio, so far che molto o poco
quell’antico mio nodo non m’impacci.
     Si suol pur dir che foco scaccia foco;
ma tu, Amor, che ’l mio martir procacci,
fai che questo in me, lassa, or non ha loco.