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CCIII

Lo vuol dimenticare, poiché di lei non cura.

     Ardente mio disir, a che, pur vago
de’ nostri danni, in parte stendi l’ale,
ov’è cui de’ miei strazi poco cale,
e del mio trar fuor di quest’occhi un lago?
     Ben si può del mio stato esser presago
il partir de la speme fiacca e frale,
e la memoria, che sí poco assale
quel de le voglie mie tiranno e mago.
     Egli a novi diletti aperto ha ’l seno,
e di me sí fedele ha quella cura,
che di chi non si vede e’ si può meno.
     Dunque tu di tornar a me procura,
ché ’l turbar la mia pace e ’l mio sereno
è troppo intempestiva cosa e dura.


CCIV

Vuol amar solo le virtú del suo signore.

     Virtuti eccelse e doti illustri e chiare,
ch’alzate al cielo il mio real signore,
sol co’ passi di gloria e d’alto onore
già giunto in parte, ove non ha piú pare;
     voi, voi sol voglio volgermi ad amare,
temprando il mio focoso e cieco amore,
guidato sol da tenebre ed errore,
ove ambedue potrà forse annoiare.
     Or, racquistato alquanto del mio lume,
potrò specchiarmi in quel bel raggio ardente,
che da prima m’elessi per mio nume;
     e di cibo miglior pascer la mente,
dove io pasceva i sensi per costume
di cosa, che si fugge via repente.