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senza stancarsi; senza accorgersi che l’avvocato Pagliardi rideva alle sue spalle. Sul più bello gli era capitato un colpo apopletico che avrebbe tolto ogni speranza ad un corteggiatore meno idealista. Egli non se ne dava per inteso. Arrivava trascinando la sua povera gamba mezza morta, come nulla fosse, e quand’era lì non sapeva mettere insieme due parole, poco eloquente com’era e timido come un fanciullo.

Da dieci anni manifestava la sua adorazione con gli sguardi estatici, con l’assiduita e il silenzio.

Il Pagliardi gli offriva immancabilmente un bicchierino di cognac, che l’Ersilia gli mesceva con le sue belle mani. Il pittore vuotava il bicchiere d’un fiato, e lasciava che la signora lo riempisse da capo, per centellinarlo, questa volta, con devozione.

L’avvocato diceva scherzando:

— In dieci anni non ho ancora capito se Marco Aurelio Viti corteggia mia moglie per amore del mio cognac; o se beve il mio cognac per amore di mia moglie. Forse è un doppio amore doppiamente tenace.

Nei primi anni peraltro l’avvocato era stato geloso del pittore; e ne rideva soltanto dopo l’intervento del colpo apopletico.

Contemporaneamente al pittore, ma non con lui, era arrivato un giovinotto, figlio del ricco Bertalli di Milano e studente di legge