Pagina:Speraz - Signorine povere.djvu/428


— 430 —

in tutto, fosse condannato a languire, a dissolversi nelle volgarità della vita. Ora il contatto con questa povera gente, che serba in mezzo a tante privazioni saldi e possenti affetti, mi ha risanata. Ma non basta; mi sento sempre inferiore a te.

— Inferiore a me?... No, Maria. Io ti conosco meglio. Io ti so nobile e buona: ti sento pura e incapace di fallire. Non basta? Che vuoi di più?

Trasportato da una tenerezza indomabile, egli la serrò tra le sue braccia vigorose, capaci di sollevarla e di portarsela via come una bambina.

Maria non lo respinse. Non era egli il suo compagno d’infanzia, l’amico della sua adolescenza, il primo e il solo uomo che l’aveva baciata destando nelle sue fibre le prime dolci sensazioni dell’amore?

Il suo destino, la sua vita era in lui. Invano si era ribellata; invano aveva creduto ad altri sogni. Egli aveva aspettato che ella ritornasse a lui, fiducioso e sereno: egli solo l’aveva amata.

Un pensiero doloroso la strappò a quella dolcezza.

— E Paolo, e Antonietta, non soffriranno troppo avendo sotto gli occhi la nostra felicità?

— No, Maria, rassicurati. Soffrirebbero piuttosto se sapessero questo tuo pensiero. Paolo è grande, io lo conosco adesso profondamente, e Antonietta attende con desiderio la nostra unione. E poi, tu pensi bene che noi non ci chiuderemo egoisticamente nel nostro amore?