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— Non parlate così, Maria, mi fate pena. Sentite. Egli non poteva testare in vostro favore: la legge non glielo permetteva. In tale frangente egli ha cercato un altro mezzo per assicurare la vostra indipendenza e la vostra felicità. Io gli avevo detto che vi amavo e che il mio voto supremo era di farvi mia. Ed egli non dubitò un istante che voi non nutriste per me uguale affetto. Pover’uomo, mi voleva tanto bene: mi guardava con occhi tanto indulgenti!

— E lei non l’ha disingannato?

— Come potevo, se io pure mi credevo amato da voi?... Allora, Maria, considerandoci come fidanzati, egli fece testamento lasciando a me trecentomila lire a condizione che io diventi vostro marito, s’intende...

— Trecentomila lire? Dunque, era molto ricco?

— Sì. Negli ultimi dieci anni la fortuna gli aveva sorriso. Ha lasciato quasi due milioni.

— Va bene. Ella sarà ricco.

— Sarò ricco io? Forse il posto che ora occupo mi aprirà la via all’agiatezza, che non ho ancora raggiunta in realtà, dopo tante lotte. Ma non sarò ricco come voi intendete per questa eredità che è vostra e andrà miseramente perduta se vi ostinate a rifiutare la mia mano.

Vi era un substrato d’amarezza nelle parole del cavaliere: amarezza che Maria notò e interpretò nel peggior modo.