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— Ci siamo. Sempre arrabbiata l’Angelica!

— E’ ora di darle marito — ghignò il Pagliardi.

Si rise. Si parlò d’altro: delle signore che erano intervenute al funerale, del lusso.

Il Pagliardi osservò che Leonardo aveva fatto le cose da signore e da buon figliuolo, che il funerale era stato rimarcato e lodato. Oh! non c’era da dire, Leonardo sapeva tener alto il nome e il credito della famiglia. Questi elogi così largamente prodigati celavano appena il pensiero ironico del lodatore. Si capiva troppo bene che in fondo all’anima il Pagliardi biasimava quella prodigalità, quello sfoggio così poco in armonia con lo stato finanziario della famiglia di suo cognato.

Nessuno dei giovani volle rilevare la pungente ironia, e la signora Elisa pensava ad altro.

Leonardo era rimasto solo nell’anticamera.

Capitarono in buon punto le solite visite, con grande soddisfazione della signora Elisa, la quale di null’altro si curava purchè avesse il suo salotto pieno di gente. Scesero dal terzo piano i due Ermondi fratello e sorella, e dal secondo la Bergamini: gl’immancabili. Vennero poi: il professore Dal Pino, Camillo Bressani studente del Conservatorio, con altri suoi compagni: Cecilio Testi giovane pittore che ritoccava le fotografie dell’Ermondi, i Monti padre e figlio, uno dopo l’altro, come se si corressero dietro.