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gusto; n’ebbe quasi un principio di collera, che subito svanì alle dolci parole di lui.

Dalla terrazza passarono direttamente in una bella camera, e Isidoro disse:

— Restiamo qui a riposarci.

Stanchissima, Antonietta si abbandonò su di un divano e chiuse gli occhi. Nel dormiveglia un suono metallico la fece sussultare; aprì gli occhi e vide che in fondò alla camera era una alcova e che Isidoro aveva posato là, sul marmo di un tavolino, il piccolo revolver dal quale non si separava mai. Conosceva quell’arma elegante e terribile: l’aveva avuta in mano più di una volta; e un giorno, scherzando, l’aveva presa per tirare al bersaglio nell’orto dei suoi zii. Non chiuse più gli occhi; svanì il sonno che le gravava le palpebre e il tenue velo, che avvolgeva il suo pensiero in una vaporosità di sogno, si dileguò. Guardò intorno a sè e tutto le parve diverso, freddo, pauroso.

Il divano sul quale sedeva era addossato alla parete opposta all’alcova; e aveva a destra una scrivania, a sinistra la porta che metteva sulla terrazza. Antonietta sentì sorgere nella sua mente un pensiero che le parve concepito da un altro cervello: „Da quella porta ella poteva uscire e buttarsi nel lago prima che Isidoro giungesse a trattenerla“.

Non si mosse però. Isidoro s’avvicinava a lei, raggiante d’amore. Ella disse allora: