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signora tornava sul fatto dell’Angelica, e non si saziava di ripetere che quella sfacciata aveva mentito per far colpo, per il gusto maligno di turbare la pace della famiglia. Ma Fiora la distraeva abilmente con qualche osservazione di questo genere: — Era tanto bella Eugenia oggi, si vedeva ch’era contenta. Oppure: — Che bellezza quel vestito di panno bianco con quelle incrostazioni di velluto e quei ricami in oro!

Subito l’Elisa si faceva ridente e ripeteva per la millesima volta, che quel vestito era un modello venuto da Parigi.

Nel mezzo della sala, intorno al tavolino, sul quale era una scatola di sigarette, un portacenere e un porta-fiammiferi, sedevano e chiacchieravano il dottor Monti, l’avvocato Pagliardi, l’Ersilia e Antonietta. Riccardo passeggiava in lungo e in largo, Maria scorreva una rivista che aveva trovato sul pianoforte.

Il Pagliardi raccontava di uno zio di Faustino Belli, antico tavoleggiante, quindi ricco banchiere, poi fallito; concludendo che tra il padre c lo zio, Faustino aveva ricevuto dei buoni esempi.

— Perchè dovrebbe dirazzare?

Riccardo s’accostò al tavolino e disse a bassa voce:

— Vorrei che non si parlasse più di questa cosa: vorrei che mio padre la dimenticasse. È stato un dolore troppo grande per lui. Guardate come è oppresso.