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cetto. Gli uomini sorsero in piedi e mossero loro incontro.

Eugenia appariva più seria del solito e più bella. Teneva gli occhi bassi e aveva le guance soffuse di rossore. Augusto Klein, rosso come un gambero, le strinse la mano borbottando parole confuse.

— Dunque... sì?... sì?... Siete tanto buona?... Grazie! Oh, grazie!...

Sedettero. Dopo un poco egli si alzò e andò a prendere un astuccio che aveva deposto entrando sopra una mensola. Lo porse all’Eugenia dicendo con quell’accento curioso dei tedeschi che hanno la convinzione di saper l’italiano grammaticalmente bene:

— Alla mia fidanzata!

Eugenia prese l'astuccio. La sua mano tremava. Socchiuse gli occhi e restò alcuni istanti incerta, come sospesa. Tutti la guardavano. Nel silenzio generale si sentiva il respiro profondo e sonoro di Augusto Klein. Ella si scosse finalmente e con un gesto nervoso fece scattare la molla dell’astuccio. Ne sollevò il coperchio. Allora il suo viso sembrò irradiato da una fiamma viva. I suoi occhi brillarono, le s’accesero le guance.

Esclamò con sorpresa:

— Oh! che bellezza! Che bellezza!

Volgendosi poi verso il donatore, lo guardò quasi con ammirazione.