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— Entriamo in camera tua.

— Venivo appunto per sentire... per chiederti... se potevo aiutarti.

— Aiutarmi? A che cosa?... La mia sentenza è firmata.

— Che dici? Si potrà cancellarla! Una sentenza ingiusta può sempre essere cassata.

Erano entrate nella semplice e graziosa camera di Maria, rimanendo ritte in piedi, presso la stufa di terracotta che irradiava un dolce calore. Dopo una breve pausa, Eugenia ribattè:

— Ho dato la mia parola. Senti questa carrozza che si ferma? E lui, certo. Adesso papà gli dirà che sono contenta; poi mi chiameranno e sarò fidanzata. E destinato così.

Maria ascoltava queste parole con un senso di terrore, muta, paralizzata.

Eugenia si appoggiò alla stufa e si mise a piangere sommessamente. Squillò un campanello.

— Ecco: la portinaia dà il segnale; è qui il mio sposo; devo stare allegra, devo ridere.

E rideva, di un riso atroce, in mezzo alle lagrime. Si staccò dalla stufa; si asciugò gli occhi e andò allo specchio a ravviarsi i capelli.

— Permetti che adoperi un po’ della tua cipria?

Con mano febbrile si passò il piumino sul volto.