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distinzione terza. — cap. ii. 43

eterna e sanza fine, sia grave, anzi gravissima, e sopra ogn’altra pena sia generale e universale; non fanno saviamente coloro che questa brieve pena ischifano, e vanno alla eterna sanza fine. E che la pena dello ’nferno sia gravissima, si dimostra non solamente per la Scrittura santa del santo Vangelo e de’ Profeti, che in molti luoghi ne parlano, dicendo come ell’è gravissima e sanza rimedio alcuno e sanza fine, ma eziandio per certi essempli di cose vedute e udite.

Leggesi nella Vita de’ Santi Padri, che andando una volta santo Macario per lo diserto, trovò uno capo d’uno uomo morto; e toccandolo col bastone ch’ e’ portava in mano appoggiandosi, e iscongiurandolo che gli dovesse dire cui capo egli era stato, rispose il teschio e disse: ch’era stato d’uno sacerdote de’ pagani, il quale era ito a dannazione. E domandandolo che pena avesse, rispose: che per più spazio che non era dalla terra in sino al cielo, era fuoco ardente, che mai non si spegnea né scemava, sopra il capo suo e degli altri pagani dannati, e altrettanto n’era di sotto a’ loro piedi; e che i mali cristiani erano ancora più profondati nel fuoco ardente, e con maggiori pene di loro. A questo medesimo provare fa quello che ’ntervenne a Parigi, dove si diede il saggio delle pene dello ’nferno.

Leggesi che a Parigi fu uno maestro che si chiamava Ser Lo,1 il quale insegnava loica e filosofia, e avea molti iscolari. Intervenne che uno de’ suoi iscolari, tra gli altri, arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita, morì, e dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio, questo iscolare morto gli apparì; il quale il maestro riconoscendo, e non sanza paura, domandò quello che di lui era: rispose ch’era dannato. E domandandolo il maestro se le pene dello ’nferno erano gravi come si dicea; rispose, che infinitamente maggiori, e che colla lingua non

  1. Nelle stampe che precedettero quella del 25, è Serto: nel nostro Codice sembra leggersi: Berto.