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la seconda cosa non bastasse il tuo tempo e rimanesse al consolo che verrà diricto a te, nondimeno l’onore sarà tuo, però che la vittoria che tu avrai avuta sarà cagione di quella del tuo successore.

Ancora c’è altro per che non si dee andare in Africa: però che ’l comune non potrehbe sostenere le spese di due osti; di Publio Licinio in Italia e di Publio Scipione in Africa. E' non ci sono i navili da combattere là e da fornirti, e da difender noi qua. E vedi quanto tu t’inganni: ché quanto ti pare l’ardimento tuo maggiore per andare in Africa, tanto è maggiore il pericolo. Io mi spavento nell’animo pure del dire, ma le cose che sono avvenute potrebbono ancora avvenire. Pognamo che tutti gli Dii ci tolgano la buona fortuna che noi abbiamo ora, Annibale diventi vincitore e vengane verso la città; converràcci mandare per te e farti tornare d’Africa, siccome già per a dietro tornare facemmo Quinto Fulvio da Capova. Ancora ti ricordo che Marte, lo dio delle battaglie, è cosi comune in Africa come altrove; il quale dà la vittoria ora all’una parte ora all’altra: sì come fece a tuo padre e al tuo zio, che in fra trenta dì colle loro osti furono morti e tagliati; e prima per molti anni acquistarono grande nome appo il popolo di Roma e appo le strane genti, di molte e grandissime cose fatte per loro in mare e in terra. Il dì mi mancherebbe s’io volessi raccontare i re e gl’imperadori che lasciando le loro terre, sono entrati in su l’altrui con disfacimento e morte di loro e de’ loro eserciti. Attenia, savissima città, avendo la guerra a casa, mandò in Sicilia un nobile e valente giovane con grande armata, e per una battaglia che fece in mare contristò perpetuamente la sua republica, che allora era in grande stato. Io racconto essempli troppo antichi dicendo d’Attena; ma questo medesimo avvenne agli Africani nella prima guerra in Sicilia. Ma come la fortuna alcuna volta è prospera e poi il contrario, ci sia ammaestramento Marco Attilio Regolo, nostro cittadino; il quale avendo