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E si noti che Dante qui con sue misteriose e potenti parole ci ammonisce della somiglianza dell'uscir dalla selva e dell'uscir dal vestibolo. Già egli chiama passo l'uscita dalla selva, con un'espressione che noi meglio intendiamo per un fiume che per una selva1. Nel fatto egli paragona la selva a un pelago. E di lassù Lucia vede Dante che poi è arretrato verso la selva, lo vede, non al lembo d'una foresta, ma dove?

sulla fiumana ove il mar non ha vanto.

Dunque Dante passa la selva, che è paragonata a un pelago e detta una fiumana, e come tale ha un passo; dice che la passa e non che ne esce; come passa l'Acheronte: morendo. E invero morte è l'alto passo di cui egli parla a Virgilio:2

 guarda la mia virtù s'ell'è possente,
prima che all'alto passo tu mi fidi.

E questo alto passo ha molta somiglianza con l' alto sonno, di cui fu riscosso Dante, dopo passato l'Acheronte, per opera d'un greve tuono. L'alto passo è il transito; e l'espressione con la quale, nel medesimo discorso, il poeta significa la discesa di Enea all'Averno è quella stessa con cui gli scrittori cristiani significano la morte: ad immortale secolo andò. L'alto passo fu per Enea un andare ad immortale secolo; dunque, anche per Dante. E quell'andare vale

  1. Ricorda il detto di Caron:per passare; il detto di Virgilio: a trapassar lo rio; l'altro di Virgilio:Quinci non passa; per non dire che nel Canto IV c'è il passar del fiumicello, e nel Canto IX il messo del cielo che "al passo passava Stige".
  2. Inf. II, 11 seg.