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Lume non è, se non vien dal sereno,
che non si turba mai; anzi è tenebra...

Sì: un fuoco illumina il castello; gli spiriti magni sono in luogo luminoso; ma quel fuoco e quel lume è tenebra. Sono nel limbo gente di molto valore, gente onrevole, pieni d'onrata nominanza, altissimi poeti, poeti sovrani, signori dell'altissimo canto, savi, di grande autorità, spiriti magni, sapienti, maestri di color che sanno... Ebbene che fu lo splendore della loro intelligenza?

Lume non è, se non vien dal sereno;

fu tenebra, e tenebra resta, e desio, senza frutto, di sole, di luce ben diversa del fuocherello umano che lascia tenebra dove pure risplende.

Insomma sono rei d'un difetto sì quelli del vestibolo, sì quelli del limbo; del medesimo difetto: di nobile virtù. Ma in quelli del limbo, il difetto è totale; perciò sono entro l'inferno; in quelli del vestibolo è vituperevole; perciò sono tormentati. Che quelli non ebbero battesimo, questi avuto il battesimo, non scelsero tra il bene e il male che dovevano discernere.

Gli uni non ebbero affatto il lume, e gli altri l'ebbero e non l'usarono. I primi non videro e pure operarono; i secondi videro e non operarono. I primi peccarono nella vita contemplativa, i secondi nell'attiva. Ora, poichè la vita contemplativa è migliore dell'attiva, cosi un difetto o un disordine in quella è peggiore che un difetto o un disordine in questa. Ma, come dice Dante stesso1, poichè in

  1. Conv. IV 9.