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Vero è che questi martirii hanno in sè, come un cotale spregio, così una tenuità relativa a' terribili tormenti del vero inferno; sì che Dante che forse non s'è accorto delle noiose bestiole che stimolano quelli sciaurati o a ogni modo crede quei lamenti e quell'avvilimento effetto troppo grande di così piccola causa, domanda:1

che gent'è che par nel duol sì vinta?

e torna a domandare:2

Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar gli fa sì sorte?

E il maestro (cosa notevole) assegna del forte lamentare cioè del loro guaire una cagione spirituale:3

Questi non hanno speranza di morte;

il che si riscontra con la cagione dei sospiri che traggono quelli del limbo; perchè il loro duolo non nasce da martirii, ma sol di questo, che, come Virgilio dice anche di sè,4

Che senza speme vivemo in disio.

Nè questi nè quelli hanno speranza. E hanno tra loro altre somiglianze. Sono gli uni e gli altri moltissimi. Dietro l'insegna veniva5

sì lunga tratta
di gente, ch'i non avrei mai creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.

  1. Inf. III 33.
  2. Ib. 43 seg.
  3. Ib. 46.
  4. Inf. IV 42 seg.
  5. Inf. III 55 se segg.