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52 sotto il velame

monio barcaiuolo. E allora non sembra più quello lo sfogliarsi e il mondarsi d’un ramo. Quel formicolìo d’anime sembra uno stormo di uccelli, dei quali ognuno, l’un dopo l’altro, si butti a terra per il richiamo di quell’orribile uccellatore.

La nave s’allontana su per l’acqua opaca e nera. Non è di là quella nave, nè sono ancora discese quelle anime, che di qua s’affolta nuova gente. E la barca ritorna, e suonano le grida di quel dimonio, si vedono nell’oscurità quei due occhi simili a carboni accesi che ruotino; e si forma di nuovo quell’albero di foglie caduche, e di nuovo si monda.

Così Dante ha veduto la morte1: la morte di quelli che muoiono nell’ira di Dio.

Ora tra la porta aperta e la livida palude, in quel grande spazio, c’è, direi quasi, un mulinello perpetuo di foglie secche, che nè escono dalla porta aperta nè si gettano nella barca. Questo mulinello che non si ferma mai, è una lunga tratta di gente, una turba infinita d’anime, che corre, piangendo, urlando, guaendo, dietro un’insegna, che gira, come da sè, in quell’aria oscura. E quella tratta, quel groppo vorticoso, gira e corre perpetuamente come in un aperto e ventoso vestibolo.

               Diverse lingue, orribili favelle,
               parole di dolore, accenti d’ira,
               voci alte e fioche, e suon di man con elle,
               
               facevano un tumulto, in qual s’aggira
               sempre in quell’aria senza tempo tinta,
               come la rena quando a turbo spira2

  1. Non posso indugiarmi in confronti con Virgilio; ed è superfluo ammonire che Dante spiritualizza tutte le circostanze virgiliane.
  2. Inf. III 25 segg.