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mai soddisfatto: lo narrerà implorante in faccia alla ripulsa e ribellante in presenza della morte. Invero dei tre momenti dell’anima, amore, desire e quiete, narrerebbe, chi figurasse l’amor soddisfatto e beato, narrerebbe non quel primo, ma l’ultimo: non l’amore, dunque. E così bene Dante ha adombrato l’amor della sapienza in tale che vive in un desio senza speranza. Ora questi, come vuole la natura sua, dimora sì avanti Matelda, l’arte, ma sparisce avanti Beatrice, la sapienza; e senza lui Dante sale all’Empireo. Nel fatto, quando l’amatore è con l’amata, non c’è bisogno d’un simbolo per figurare il loro amore. L’essere insieme e il guardarsi negli occhi è questo simbolo.

Eppure anche lassù esso ha luogo; quando Beatrice riprende il suo seggio nella candida rosa, allontanandosi da Dante: nell’empireo: nel vero paradiso. Allora un “sene„ si trova presso l’amatore, che è lontano lontanissimo dall’amata. Esso è il Virgilio di lassù: lo studio e l’amore dell’ineffabile verità. Ma quest’altro Virgilio è con altra donna che Beatrice, nella relazione in cui il primo è con essa. Il primo appena chiamato dalla donna beata e bella, la richiede di comandare, e udito il suo prego, dice che il suo comandamento gli aggrada e che vuol subito ubbidire.1 È donna essa, cioè signora, e comanda; e Virgilio le ubbidisce: dunque è suo “fedele„, come Dante è fedele, cioè servo, di Lucia; come, in fine, Bernardo è fedele di Maria, della Donna Gentile. Egli è, com’esso dice, “il suo fedel Bernardo„.2 Ora ognun vede come a questa

  1. Inf. II 54 segg.
  2. Par. XXXI 102.