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Ma un altro concetto combacia e consuona con tutta codesta mirabile poesia. Questo: “Perchè un uomo usi bene dell’arte che ha, si ricerca la buona volontà, che è perfezionata mediante la virtù morale„. Questo: “L’artefice mediante la giustizia che fa retta la volontà, è inchinato a far opera fedele„.1 Nel fatto, e il nostro lungo studio e la piccola liquida fonte ci dicono che dopo un settemplice esercizio di virtù l’uomo giunge al possedimento di quella che le virtù morali assomma; della giustizia; la quale Dante avrebbe ottenuta se fosse salito, nel suo corto andare, sul bel monte, e ottiene, nell’altro viaggio, mettendo la testa dove Lucifero tien le zanche, e salendo su. Ma quando è salito a riveder le stelle, vede egli Lia? No: Lia gli appare in sogno, e Matelda gli si presenta in persona, sulla vetta del santo monte, e non alle falde. E l’una e l’altra differiscono dalla Lia della Scrittura e dalla Lia del Padre, in ciò che la Lia e Matelda di Dante hanno appunto il carattere contrario a quello che diede alla prima moglie di Giacobbe il suo significato mistico: si specchia l’una, e l’altra ha gli occhi luminosi. E si mostrano, ripeto, a Dante non dopo il primo settennato, ma dopo il secondo, poco prima di Beatrice. In ciò pare un gran divario con la fonte.

Eppur no. Dopo il primo settennato, quando il viatore è uscito a veder le stelle, trova non una donna soletta o sola,2 sì “un veglio solo„:3

  1. Summa 1a, 2ae 57, 3.
  2. Purg. XXVIII 40, XXXI 92. Intenso è il significato di tal «solitudine».
  3. Purg. I 31.