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la sua virtù tramortita menandolo nell’Eunoè. E Beatrice afferma che a ciò Matelda è “usa„. Or questo di ravvivar la virtù è uffizio dell’operare, come Dante ha espresso più volte, a proposito dell’accidia o della tristizia, contro cui è rimedio il batter le calcagne a terra;1 a cui è nemica l’attività o l’operosità, figurata in una donna “santa e presta„.2 La quale se è operosità, è abito operativo, cioè arte; e parla, come ben lo conoscesse, a Virgilio che fiso la guarda. Or come non è Matelda? La quale avrebbe così, come Lucia, la sua parte ne’ sogni di Dante.

In vero santa e presta è, la donna del sogno, come quella che passeggia nel luogo dell’innocenza, e che è così presta al desiderio di Dante, e s’appressa come donna che balli, e scivola sulle acque, lieve come spola.3 Ed è con Virgilio in tal nesso, che ben si spiega come, nel sogno di Dante, il poeta avesse gli occhi fitti nella bella donna. Con Matelda può stare Virgilio che avanti Beatrice sparisce. E quand’ella parla dei poeti che sognarono l’Eden, Virgilio col suo alunno Stazio sorride, mentre l’altro alunno si rivolge tutto a loro. Oh! Virgilio poteva ben trattenersi con Matelda, se Matelda è l’arte! Oh! a Matelda bene aveva addotti Dante e Stazio, i suoi due alunni, Virgilio, se Virgilio è lo studio! E come, con suoi accorgimenti, di cui non deve ormai più dubitare il lettore, avendoli già trovati tante volte, il Poeta ci dice il proprio nome della bella Donna, precedendola e seguendola! Chè Virgilio,

  1. Vedi «Le tre fiere» cap. IV p. 123 segg.
  2. Purg. XIX 26.
  3. Purg. XXVIII 46 segg. XXXI 96, XXXII 28 segg.