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1III.


MATELDA


Deh! bella donna, ch’ai raggi d’amore ti scaldi, s’io vo’ credere ai sembianti che sogliono esser testimon del core,

vegnati voglia di trarreti avanti...1

e di palesarmi il tuo vero nome, o tu che hai quello di Matelda, nella bocca di Beatrice; e nella mente di Dante, qual altro? Un nome molto augusto, molto lieto, molto forte. Il vulgo ne fa strazio, mettendolo al suo ozio ambizioso e irrequieto, alla sua ladroncelleria, alla sua gola di parer quel che non è e diverso tutto da quel ch’è. Ma a me suona soave e possente, perchè tu a me non esprimi cosa differente dalla vergine natura che fa così bene e fa così bello, e con grande gioia e senza cercar gloria; e non esprimi cosa diversa dal lavoro che bea e non bea nel sabato soltanto. Matelda soletta che canti, come innamorata, e scegli fior da fiore tra i tanti e tanti che pingono la tua via, che sei così lieta nelle opere delle tue mani, che immergi nel Letè che purifica, che conduci all’Eunoè che ravviva, Matelda, figlia della natura e gioconda del tuo lavoro, tu ti chiami “ars„.

La fonte ci parla di giustizia che per sè non s’ama, perchè è piena d’un travaglio di azioni e di passioni; parla d’una “pazienza della fatica, tolerantia laboris„, che a noi è disposata dopo sette anni di servaggio. In vero Lia che appare in sogno a Dante, preannunziando la canora coglitrice di fiori, è la “faticante„; è il simbolo della vita attiva che nella giustizia si assomma. E Matelda è l’imagine di tal simbolo: sta a Lia, come Beatrice a Rachele. Dunque Matelda è la vita attiva, è la fatica, è la giustizia? Non propriamente. Lia che appare in sogno è una Lia che si specchia, come Rachele, sebbene non così intensamente e assiduamente. Non siede tutto giorno. Coglie fiori, movendo le mani, per adornarsi e poi piacersi allo specchio. E il medesimo fa Matelda, e canta, come l’altra; ed ha non gli occhi debili dell’

  1. Purg. XXVII 43 segg.