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sotto il velame 435

“Sono due, perchè due vite a noi sono dimostrate nel corpo del Cristo, una temporale del lavoro; l’altra eterna, della contemplazione. L’una il Signore rappresentò con la passione, 1’altra con la risurrezione.1 I nomi stessi di quelle donne ce ne fanno fede. Lia vuol dire laborans, Rachele visum principium, ossia il Verbo dal quale si vede il principio. L’azione della vita umana e mortale, nella quale viviamo ex fide, facendo molte laboriose opere incerti come siano per riuscire a prò di coloro cui vogliamo provvedere, e Lia prima moglie di Giacobbe; e perciò si narra che fosse d’occhi infermi, chè i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro provvidenze.2 La speranza invece dell’eterna contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità, è Rachele: ond’ella è ancor detta di buon viso e di bella figura. Ogni piamente studioso ama costei, e per lei serve alla Grazia di Dio, dalla quale i nostri peccati, anche se fossero come il fenicio, sono fatti bianchi come neve. Chè

  1. Dante si configurò al Cristo (Summa 33 49, 3). La sua passione si distingue, come la vita umana di Dio, in azione e passione. La sua azione consiste in ciò che il medesimo autore di Dante, nella stessa opera, nello stesso libro (cap. 28) dice: «L’azione dell’uomo che serve alla fede la qual serve a Dio, raffrena tutte le mortali dilettazioni e le costringe al lor modo naturale...» Dante risorge risalendo per i peli di Lucifero e poi mettendosi nella burella; ma riesce al piè del monte. La libertà l’ha soltanto alla cima di esso monte.
  2. Sap. 9, 14. E perciò Lia che si mira allo specchio, e Matelda che ha occhi così fulgidi, figurano che i pensieri del mortale non sono più timidi e le provvidenze sue non sono più incerte. Invero Dante è libero, e può far quel che vuole, chè quel che vorrà, sarà bene e non male più.