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afferma ciò esplicitamente, perchè la pena dei sospesi è il desio senza speranza; e se questa pena ha da essere, nè Virgilio con sè nè altri con lui può mostrare d'accorgersi che la sospensione avrà fine. Ma Virgilio porta seco la certezza di ciò di cui non ha speranza e pure ha desio, con l'incoscienza d'allor quando portava, nella notte del paganesimo, il lume dietro sè. Ecco: quando egli dice, di quei del cimitero, che i loro sepolcri tutti saran serrati,1

quando di losafat qui torneranno
coi corpi che lassù hanno lasciati,


non pensa a ciò che di lui avverrà quando tornerà col corpo anch'esso. Egli, con i parvoli innocenti e con gli spiriti magni, ripasserà l'Acheronte; ma lo ripasserà da vivo e non più da morto. Or l'Acheronte per chi è vivo, è Lete; e il fiume della misericordia e non della dannazione; della rinascita e non della morte. Egli morrà alla morte e non della morte. Esso e i suoi piccoli e grandi compagni passeranno, e si troveranno nel paradiso terrestre. "Solo quelli che nasceranno un'altra volta,vedranno il regno dei cieli";2 ed essi, come tutti gli uomini, rinasceranno, e poichè non hanno di reo che un difetto, e questo sarà tolto dalla vista del supremo Giudice; così vedranno il regno dei cieli. Virgilio dice ch'egli è come gli altri nel limbo, sospeso; e non s'accorge del senso più ovvio della parola che pronunzia, e non ha coscienza di dire, che non eternalmente sarà così.

  1. Inf. X 10 segg.
  2. Vedi Aur. Aug. passim, e Op. imperf. in Iul. II, 189: cum qua poema omnis homo nascitur, periturus in aterenum si non renascatur.