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è il timor del Signore; sì che ora non teme più il fuoco che castiga quel male. E se Beatrice è, come io credo di sapere che sia,1 la sapienza; la sapienza che si acquista purificando il cuore tra le fiamme, tra cui coloro sono contenti; nella sua risposta a Virgilio devono fermare il nostro pensiero quelle parole:2

nè fiamma d'esto incendio non m' assale.


Virgilio, quando donna lo chiamò beata e bella, era "tra color che son sospesi",3 in luogo dunque in cui il solo martirio è la tenebra e il desiderio senza speranza. Dove è l'incendio? dove la fiamma? Nell'inferno il fuoco è solo oltre Dite. So che sottilmente, in molti modi sottili, s'interpreta qui come altrove la parola di Dante, la quale si trova poi chiara e propria e profonda, quando si dovrebbe chiamarla oscura, inetta, stolida! Io darò invece l'interpretazione giusta, che pare sottile ai dottor sottili i quali non si ricordano mai che il Poema sacro è un Poema mistico. Dico dunque che Beatrice chiamò Virgilio. Virgilio si trovò, a quella chiamata, senza cambiar di luogo, al margine del limbo. Il qual margine è quel muro di fuoco, oltre il quale Virgilio stesso dice a Dante che è Beatrice.4 Una voce li guidava, quella volta, l'uno e l'altro, "una voce che cantava di là", ed era dentro da un lume che Dante non pote guardare. E dentro le fiamme il dolce padre di lui lo confortava, ragionando sol di Beatrice e dicendo: "gli

  1. Vedi più avanti.
  2. Inf. II 93.
  3. ib. II 52 segg.
  4. Purg. XXVII 36, 54 segg.