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Il fatto è che Virgilio trova Dante, non in una prigione e non tra catene, ma presso la selva oscura in luogo dove il sol tace, e impedito, "servo". E lo trova che gli tremano "le vene e i polsi". Codesta paura, a interpretare il linguaggio mistico, non è il "timore" che salva? E appunto egli lo prova avanti la bestia malvagia, che in sè riassume tutti i peccati, che è il peccato. E Virgilio propone allo spaurito "altro viaggio", poi che lo vide lacrimare e l'udì gridare. Quest'altro viaggio a che meta deve condurre il viatore? A vedere "color che son contenti nel fuoco", ossia a quelli che mondano nelle fiamme il cuore e acuiscono l'occhio per la visione. Conduce, dunque, l'altro viaggio, all'acquisto del dono della sapienza. E così il soldato di Cristo, narrate dal contemplante di Chiaravalle, e liberato dal timore e giunge alia sapienza. Ma prima che il viaggio cominci Dante parla con Virgilio sul viaggio da farsi. Dante teme. La sua anima è offesa da viltà.1 Per solverlo da questa tema, Virgilio narra da chi sia mandato. Così Dante apprende "la pietà", non del padre, ma di Beatrice "che lo richiama". E invero il suo animo esacerbato dal timore si ristora. 2 "O pietosa colei che mi soccorse": esclama, e si dispone al venire. Egli sa donde viene Virgilio, e dove esso ha da andare: il timore più non lo frange: la sua virtù stanca si solleva: la fortezza lo ha confortato a compiere il suo ritorno. E ubbidirà: non dichinerà dal "ducato" dell'obbedienza:3

Or va, che un sol volere è d'ambedue:
tu duca, tu signore, tu maestro.

  1. Inf. 45 segg.
  2. ib. 130 seg.
  3. ib.139 seg.