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E come nel ciel del Sole è fame, sete è nel ciel di Marte. Si direbbe che è data, codesta sete, "dall'affocato riso della Stella", che era "più roggio che l'usato".1 Cacciaguida invero afferma: 2

il sacro amore, in che io veglio
con perpetua vista, e che m' asseta
di dolce desiar...


E Dio invero fu solo che li "allumò ed arse col caldo e con la luce". 3 E Dante solve un digiuno, che può essere di bevanda, e sazio vuol essere d'un nome, come si può essere di acqua.4. E Beatrice vuole che Dante5

s' ausi
a dir la sete, sì che l'uom gli mesca;


e Dante gusta un discorso, in cui e temprato "col dolce l'acerbo", e ne prepara un altro che a molti può sapere "di forte agrume". 6 L'eco del sitiunt è così distinta nella spera di Marte, come dell' esuriendo in quella del Sole. E l'oggetto sì di quella sete e sì di quella fame, oggetto che è la giustizia, si vede chiaro nell'una e nell'altra spera; che la si parla di tali che fuggono o coartano la scrittura 7 e di genti, che per dar retta a quelli, sono troppo sicure nel giudicare. Si legga: 8

Non sien le genti ancor troppo sicure
al giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature:

  1. Par. XIV 86 seg.
  2. Par. XV 64 segg.
  3. ib. 76 segg.
  4. ib. 49,87
  5. Par. XVII II seg.
  6. Par. XVIII 3 seg., Par. XVII 117
  7. Par. XII 126.
  8. Par. XIII 130