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Il consiglio è il dono o lo spirito che conduce la ragione pratica a "giudicare" rettamente della verità. Corrisponde alla beatudine dei sizienti: quindi è il dono contro l'avarizia. Ora, come nei canti dell'ira è sempre parola di occhi e di vedere, così nei canti dell'avarizia discorso come di sete, per la beatitudine, così di giustizia, per il dono. Giustizia fa, con la speranza, men duri i soffriri; giustizia merge a terra l'occhio degli avari; giustizia li tiene stretti: e Dio che tutto "giuggia" deve far vendetta; e c'è chi fa ben malvage ammende; e c'è la "verace corte" di Dio1. Quanto a sete, Dante ne è preso nel sentire il tremar del monte; ed è sete naturale che mai non sazia (in ciò simile a quel che Dante afferma della scienza oltre che delle ricchezze, nel Convivio)2; ed è sete che si fa men digiuna con la speranza; e quanto ella è grande, tanto si gode del bene; finchè la sete si trova insieme con la giustizia, nelle parole dell'angelo3. Ebbene? E dov'e il consiglio? Prima di tutto, la sete di cui si parla, e che è in relazione col sitiunt della beatitudine, non è sete di giustizia. Di che? Di sapere! di sapere alcunchè, onde confermare o riformare un qualche giudizio che s'è avviati a fare. Invero si at-

  1. Purg. XIX 77, 120, 123, XX 47 seg. 95 seg., 65, 67, 69; "giusta vendetta" in XX 16. E accenna mestamente alla giustizia (corte) di Dio che lo "rilega nell'eterno esilio" Virgilio ib. 17 e seg. E poi ib. 65, 83 seg. Infine XXII 4 seg.
  2. Conv. IV 12, "in luogo di saziamento e di refrigerio, danno e recano sete di casso febricitante...".
  3. XX 145 seg. XXI I segg. XXI 73 seg. XXII 4. E cfr. XX 3: "trassi dell'acqua non sazia la spugna".