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pur di Beatrice ragionando andava
dicendo: gli occhi suoi già veder parmi.


Affermiamo, senz'altro, che il dono della sapienza corrisponde all'ultima beatitudine, e che fa che si veda la verità certissimamente. Il che si conferma da ciò che S. Gregorio dice, che la sapienza " rifà la mente intorno alia speranza e certezza dell'eterne cose"1: ebbene Dante, appunto ai lussuriosi, a quelli che sono per mondare il cuore e l'occhio attraverso le fiamme, dice:2

 
            O anime sicure
d'aver, quando che sia, di pace stato:


nel che è da notare (sottilmente!) il sottile accorgimento del Poeta, che, pur avendo tolta di posto la beatitudine dei pacifici, ne fa pur menzione nel luogo dove gli altri la pongono3. Con questo filo a condurci, supponiamo che Dante abbia posta, per vedere la verità, oltre la sapienza, quella che a lei trovava congiunta nel Dottore: la scienza. La sapienza si rivolge alla ragione speculativa, la scienza alla ragione pratica. Inoltre abbiamo, nello sdoppiamento della beatitudine dei sizienti ed esurienti, un indizio chiarissimo, che Dante riconosce in due doni l'aiuto a rettamente giudicare. Quali sono essi? Direi: quelli che il dottore pone insieme, come aiuti a intendere la verità: dunque, consiglio e intelletto; il consiglio, volgendosi alla ragion pratica, e l'intelletto, alla ragione speculativa.

  1. Summa 1a 2ae 68, 6.
  2. Purg. XXVI 53 seg.
  3. Hugo de S.V. De quinque septenis IV: Spiritus ... sopita concupiscentia intus pacem creet etc.