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trova in quella che è veramente ultima nello Evangelista: beati i pacifici; ma Dante ha interpretata codesta, non so se a modo suo o di altri, come equivalente a quella che ha omessa: Beati i miti o mansueti. I1 fatto è che tra Beatrice e lui è il muro di fuoco, e Beatrice, raggiandogli con gli occhi, lo condurrà alla visione di Dio. Per ciò Dante ha voluta ultima questa beatitudine che promette la visione. Egli riassume con essa i premi che nelle altre sono promessi variamente: veder Dio. E ciò conduce a pensare che le beatitudini egli concepisca come atti della vita attiva, per i quali l’uomo si faccia degno della contemplazione. Per contemplare, l’uomo deve essere povero in ispirito, misericorde, pacifico, piangente, sitibondo di giustizia, esuriente quanto e giusto, e infine, e per concludere, di cuore mondo: mondo è l’occhio allora, e vedrà. Ora, secondo S. Agostino, contrari ai sette vizi o peccati sono le sette virtù o doni dello Spirito santo1. E il medesimo attribuisce a questi doni di Isaia le beatitudini dell’Evangelo2. Al che acconsente il dottore d’Aquino, dicendo che "le beatitudini si distinguono dalle virtù e dai doni, non come abiti distinti da quelle e quelli, ma come atti si distinguono da abiti". Sicchè di quei beati di Dante, si avrebbe a supporre che avessero in abito un dono dello Spirito santo corrispondente alle singole beatitudini. E pongo il quesito, perchè Dante, riducendo le beatitudini da otto a sette (come aveva esempi), e specialmente facendo ultima la penultima, e fondendo l'ultima dei pacifici nella seconda dei miti; e ponendo

  1. Summa 1a 2ae 68, I.
  2. In Summa 1a 2ae 69, I.