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Partiti, bestia!

E qui c'è la contumelia e l'oblio del suo essere; chè bestia non veramante il Minotauro, come riconosce, per maggior ludibrio, il suo insultatore:

chè questi non virtù
ammaestrato dalla tua sorella.

Era dunque figlio di donna anch'esso; e questo riconoscimento è col ricordo della sua sventura, alla quale partecipò chi non doveva. E Virgilio conclude:

Ma vassi per veder le vostre pene.


E questa è l'esultanza nel suo infortunio. Or bene a questa parvipensio accenna Pier della Vigna1:

L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contro me giusto.


Ricordandoci che l'ira riflette il bene della giustizia; che l'ira appetisce il male altrui sub ratione di giusta vendetta, che l'ira è per rispetto a quelli rispetto ai quali è la giustizia e l'ingiustizia2; noi troveremo che in quel terzetto è con perfetta evidenza delineato il concetto di ira. I dissipatori, abbiamo veduto come anche Seneca faccia rei d'ira. La qual ira Dante significa col contrappasso. Chè essi sono dilacerati a brano a brano dalle cagne che sono un'altra forma delle arpie, al modo stesso che quelli dilacerarono le cose loro3.

  1. Inf. XIII 70 segg.
  2. Summa, passim: 2a 2ae 153, 4; 1a 2ae 46, 6, 7; 47, 1 et al.
  3. Vedi più sopra a pag. 344.