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più forti? Eppure i più iracondi sono gl'infanti e i vecchi e i malati. Ogni impotenza è querula"1. E non si deve qui ricordare l'Argenti, che dice: "Vedi che son un che piango?"2 Ma anche qui Dante corregge: L'ira dei fanciulli e dei vecchi e dei malati non genera fortezza, sì qualche cosa che contrasta alla fortezza, come la timidità: l'audacia, l'orgoglio. "L'ira... tanto è lontana dalla grandezza d'animo, quanto l'audacia dalla fortezza, l'insolenza dalla fiducia, la tristizia dall'austerità, la crudeltà dalla severità. C'è molta differenza tra un animo sublime e uno superbo... L'ira mi sembra propria d'un animo letargico e infelice, consapevole della sua debolezza, che spesso si rammarica, come i corpi esulcerati e malati, che gemono al più lieve tocco. Così l'ira e sopra tutto vizio di donne e di fanciulli..." Gl'irati dicono certe frasi, come quella: Mi odiino, pur che mi temano! E il filosofo osserva: "Questa non è grandezza, sì immanità! Non c'è da credere alle parole di quelli che s'adirano, di cui sono grandi e minaccevoli strepiti, e dentro l'anima timidissima... Niente è nell'ira di grande, nemmeno quando pare veemente e sprezzatrice di dei e d'uomini; niente v'è di nobile...3 E quì noi vediamo i rissosi del brago, che sono detti ignudi tutti, forse o senza forse, per quelle parole di Seneca ira denudat4, vediamo Filippo Argenti orgoglioso e vediamo Capaneo superbo, e tutti e due per l'ira! Ma c'è di più. L'ira "volge i suoi morsi contro sè"5. Così Filippo Argenti. L'uomo irato deprime "ciò che non si può

  1. Sen. de ira 1 13, 5.
  2. Inf, VIII 36
  3. de ira 1 20, 3-5; 21, 1.
  4. ib. 11, 2.
  5. ib. III 1. 5.