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lo dice forse reo di superbia peccato? Per lo meno, non si deve affermar subito. II Poeta dice che c'è in lui desiderio di sopprimere e speranza d'eccellenza: c'è il principio del peccato di superbia. E come non il peccato? Non il peccato: chè, se ci fosse, egli non sarebbe stato in nulla dissimile da quei giganti "alla pugna di Flegra" che sono puniti altrove per essere stati sperti di lor "potenza contra il sommo Giove"1, contro quel Giove appunto ch'egli invita a stancare il suo fabbro e che fulminò lui come i giganti. E questo medesimo desiderio di male questa medesima speranza di eccellenza si mostra in quel ladro, che di trista vergogna si dipinse; onde per tale somiglianza di ladro ad eroe, a Dante viene in mente Capaneo e la sua superbia2:

per tutti i cerchi dell'inferno oscuri
spirto non vidi in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù dai muri.


Ma la somiglianza è apparente. Ahimè, che speranza d'eccellenza è questa del ladro! di essere creduto " bestia"! E' una favilluzza questa sua superbia, che subito si spenge, sì che egli fugge via subito3:non è il suo peccato. E non sarebbe il suo peccato, nemmeno se assomigliasse veramente a quello dell'eroe che assise Tebe. Una favilla: come Ciacco dice, oltre la superbia, anche l'invidia e l'avaizia4:

Superbia, invidia ed avarizia sono
le tre faville ch'hanno i cuori accesi.

  1. Inf. XXXI 91 seg.
  2. Inf. XXIV 132
  3. Inf. XXV 16.
  4. Inf. VI 74 seg.