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mense sono molta parte nella reità del sanese Lano), che gli avari soffrano delle Furie... E che le Furie si chiamino cagne attesta pur Lucano...1 Invero negl’inferi si chiamano Furie e cagne; presso gli Dei, dirae e uccelli; in terra (in medio] Arpie. Sì che duplice effigie si trova di loro„. Mi pare che queste cagne, le quali sono nere e hanno furioso corso e si trovano nella selva stessa in cui si annidano le Arpie, Dante le abbia, in suo pensiero, fatte equivalenti alle Arpie stesse.

E forse egli pensava anche alle “Scille biformi„2 che sono nello stesso verso coi Centauri. Chè Servio lo rimandava ai “bucolici carmi„, e là trovava che Scilla3 “lacerava coi cani marini gli spauriti navichieri„. Le nere sue cagne, nel fatto, “dilacerano„ a brano a brano; e quelli che esse inseguono, fuggono forte avanti loro e s’appiattano4. Timidi sono, per certo. E anche così sarebbero, codeste cagne, “biformi„.

Sicchè le nere cagne non contradicono alla legge che possiamo scorgere, per la quale i mostri del cerchietto dei violenti sono bicorpori o bimembri o biformi. Perchè, se non per ciò che il peccato ivi punito ha, oltre l’incontinenza, ossia il predominio dell’appetito, anche il mal volere? Dal quale accoppiamento si forma un qualche cosa che non è più di bestia a dirittura e pur nemmeno d’uomo; un qualche cosa che non poteva essere meglio significato che dai Centauri e dalle Arpie; i quali e le quali hanno umana una parte del loro corpo, eppure sono

  1. Phars. VI 733.
  2. Aen. VI 286.
  3. Ecl. VI 77.
  4. Inf. XIII 128, 116, 127