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a bene il guerriero e il viatore; chè guerra e viaggio sono le imagini che si presentano a lui in tale trattazione1. Con la temperanza l'anima "si leva dall'amore della inferior bellezza, debellando e uccidendo la sua consuetudine che milita contro lui", la consuetudine che si chiama, nelle divine scritture, carne2. La fortezza è "quell'affezione per la quale nessuna avversità nè morte teme l'anima"; quelle avversità e quella morte che la minacciano, mentre "in codesto cammino s'avanza". E la giustizia è "quell'ordinazione per la quale ella non serve che a Dio solo, a nessuno desidera essere agguagliata che alle anime più pure, su nessuno dominare che sulla natura bestiale e corporea"3. E la prudenza è ciò "per cui l'anima s'intende dove ell'ha da quetarsi; al che ella s'inalza mediante la temperanza, ossia, conversione dell'amore in Dio, che si dice carità, e aversione da questo secolo; la quale la fortezza e la giustizia ancora accompagnano"4. Con queste armi, dunque, la guerra; con questa scorta, la via: la guerra contro il peccato; la via verso Dio.

Chè in Dio è la pace, alla quale il Poeta aspira5. E a Dio egli va, risalendo per i peli di Lucifero e mettendo il capo dove il diavolo ha le gambe. La via a Dio è per il contrario di quella del peccato. Il che il mistico Ugo di San Vittore dichiarò

  1. de mus. VI 15, 50: anima ... debellans atque interficiens ... cum in hoc itinere proficit.
  2. ib. II, 33.
  3. Non è inutile osservare che quì è una "besitalità" in contrasto con la giustizia.
  4. Ib. 16, 51. Cfr. 13, 37.
  5. Sulla pace di chi serve a Dio, la quale si ottiene dopo la guerra contro i vizi, vedi, tra altro moltissimo, de civ. D. XIX 27.