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con ira1. Non è caso. Dante non racconta una passeggiata delle nostre solite, in cui avvengono tante cose e si dicono tante parole, come vien viene. Gli accidenti, i conversari, il caso, per dir tutto in una parola, è, in questo viaggio oltremondano, invenzione del Poeta. E ha quindi il suo perchè anche quello che sembra caso. Il fatto è che qui risorge l'ira che Virgilio mostrò contro l'Argenti e contro Capaneo; e che qui si descrive un vergognar di Dante, che anche il duca trova eccessivo2:

Quand' io senti' a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch'ancor per la memoria mi si gira:
 
e qual è quei che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch'è, come non fosse, agogna;

tal mi fec'io, non potendo parlare,
che desìava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.


Dante qui insegna, come sempre. Insegna qui che in vita abbiamo, per non cadere in certi falli o per risorgerne poi, questa vergogna, testimonio della coscienza; vergogna che se non abbiamo da vivi, con frutto, avremo da morti in vano.


XI.


E l'ira? Virgilio in questo cerchietto s'è rissato un'altra volta davvero col suo discepolo. Gli ha detto3:


  1. Inf. 133 segg.
  2. ib. 133 segg.
  3. Inf. XX 27 segg.