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ha detto il nome di lui. Nella terza è papa Niccolò che dice il suo fallo, dopo avere accusato Bonifazio e non senza accusar poi altri predecessori; e il nome suo lo accenna, non lo dice: fui figliuol dell'orsa; e dopo l'invettiva di Dante springava coi piedi1,

o ira o coscienza che il mordesse.


Non sembra mostrar vergogna lo sciagurato della bolgia quinta, il quale dice il suo essere, se non il suo nome; ma era, quando parlava, col ronciglio tra le chiome2! Nè vergogna mostrano i due frati godenti; ma nel cauto discorso di Catalano si vede chiara l'intenzione di nascondere la loro reità3:

frati godenti fummo e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi,
 
come suole esser tolto un uom solingo
per conservar sua pace, e fummo tali,
ch'ancor si pare intorno dal Gardingo.


Poveretti! sì che Dante comincia col volerli rimbeccare, gl'innocenti uomini solinghi4:

O frati, i vostri mali...


Ma Caifas si distorce e soffia "nella barba co' sospiri"5. Non vuol essere veduto, Caifas. Nella settima bolgia è poi manifesto il pensiero di Dante intorno alla vergogna dei dannati. Vanni Fucci dice

  1. Inf. XIX 119.
  2. Inf. 31 segg.
  3. Inf. XXIII 103 segg.
  4. ib. 109.
  5. ib. 112 segg.