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con questo, che non tanto egli la giudica apparente e non vera, quanto inferiore e non somma. Chè egli conosce una nobiltà (che è la perfezione della virtù conveniente alle singole età), la nobiltà, "divina cosa" cui quelli che hanno "sono quasi Dei". Invero "come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini. E ciò prova Aristotele nel settimo dell'Etica per lo testo di Omero...."1II passo d' Aristotele e quello donde il Poeta ricavò la triplice disposizione che il ciel non vuole: malizia, incontinenza e bestialità, intesa a modo suo più forse che del filosofo. Egli lesse dunque: " Alla bestialità converrà dire che s'opponga la virtù sovrumana, eroica in certo modo e divina; come Omero ha indotto Priamo a dir di Ettore, perchè era assai forte (buono). E' non pareva essere figlio d'uomo mortale, si di un Dio"2.

E qui ci vuole uno la cui fortezza sia eroica, e che possa chiamarsi nobilissimo e divino: il che dà alla fortezza o nobiltà di Virgilio il carattere di minore e non di falsa. Ci vuole uno che abbia veramente sperimentato il pericolo. E con questo, bisogna che si trovi nella condizione di Virgilio, per poter scendere e sia quindi "del primo grado" anch'esso, poichè quelli, sebben di rado, fanno quel cammino del basso inferno. Inoltre deve essere tale che, essendo pur esso che vince la punga,Virgilio possa ragionevolmente aver detto: "Pur a noi conerrà vincere".

Ed ecco viene l'aspettato: il suo eroe. Pare un vento impetuoso. Tutti quei clamorosi e rissosi

  1. Conv. IV 20.
  2. Eth. VII, I.