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allora stese al legno ambo le mani...


Fosse per salire o per trarre seco Dante nella palude, l'atto è di audace. Ebbene come risponde, alla spinta di Virgilio, questa ombra che affronta un vivo e un morto è un navicellaio degli abissi nel suo legno?

Ma: non risponde. Si toglie giù subito della sua impresa, quale ella fosse. Poi le fangose genti ne fanno strazio; sia questo strazio di sole grida, sia anche di percosse, e con mano e con la testa, col petto e co' piedi (il che non credo); ma sia come sia: che cosa risponde alle grida Filippo Argenti1?

Il fiorentino spirito bizzarro
in se medesmo si volgea coi denti.


Alle grida risponde così, non certo a uno strazio, se ci fu, manesco. Provatevi a imaginarlo, battuto e addentato e lacerato, che morde se stesso! per la gran rabbia! mentre ha lì presso su chi sfogare la furia! No, no. Vedete tanti di quei fangosi in gruppo che urlano e beffano e ridono, correndo verso lui, che non aveva detto il nome: A Filippo Argenti! a Filippo Argenti! Esso si rode, si morde. Perchè gridano quelli? perchè si morde esso? Perchè è stato vile prima, gridano; e perchè è vile ora, si morde. L'audacia che era stata grande avanti il pericolo creduto lieve, era sbollita subito avanti Virgilio, e non si mostra più avanti le fangose genti2. Con

  1. Inf. VIII 62 seg.
  2. B. da Buti: "E dice l'autore che li altri spiriti gridavano contra costui, e concordavano a gittarli del loto, et attuffarlo, e sommergerlo nel palude". Dante non ci narra come poi l'attuffassero; più non ne narra. E lascia la narrazione appunto quando il tuffo non era ancor dato. Lo "strazio" è per me la "baia". L'Ottimo pare intenda così. "Discrive l'autore come fu contento dello strazio, che fu fatto di quello spirito, e ivi palesò il nome suo". Ivi, cioè nelle grida: e lo strazioe era dunque di grida.