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Dante è per vincere la lonza, è impaurito dal leone, è ripinto dalla lupa. Contro esse, dopo che ebbe riacquistata la prudenza, esercitò le altre tre virtù morali: temperanza, fortezza e giustizia.

Ciò nel "corto andare" verso il bel monte. Quell'esercizio è dunque l'uso pratico dell'animo, il qual uso1 "si è operare per noi vertuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con fortezza e con giustizia". Chè invero sono nella vita2"due diversi cammini buoni e ottimi...": l'uno è della vita attiva. E l'andar di Dante fu dunque questo cammino. E per questo cammino si perviene "a buona felicità", sebbene di felicità ce ne sia un'altra ottima. E il bel monte, dunque, a cui conduceva quel cammino, sarà questa buona felicità: buona e non ottima. Chè3 "l'umana natura non pure una beatitudine ha, ma due; siccome quella della vita civile, e quella della contemplativa"; e di questa beatitudine "della vita attiva, cioè civile, nel governo del mondo" l'altra "è più eccellente e divina". E chi ha l'una, cioè "la beatitudine del governare" non può "e l'altra avere". Dunque Dante, con quel "corto andare" sarebbe pervenuto alla beatitudine della vita attiva cioè civile. Impedito quello, "non c'era altra via"4 che il cammino della vita contemplativa; chè chi ha l'una beatitudine, non può l'altra avere: si escludono: o l'una o l'altra. Perciò Virgilio, vedendo l'ingiustizia, per la quale Dante gridava, pensa e dice, vedute le sue lacrime:

  1. Conv. IV 22.
  2. Conv. IV 17.
  3. Conv. II 5.
  4. Purg. I 62.