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Le due definizioni, monche e imperfette tutte e due di per sè, si compiono a vicenda, ed hanno il suggello, per così dire, nella conclusiva dichiarazione di Virgilio: che la disposizione che il ciel non vuole, di quei quattro ordini di peccatori, è incontinenza. E questa è la definizione Aristotelica, la quale non toglie che delle sottospecie non si dia poi la denominazione, dirò cosi, teologica o cristiana. Ma sì da come per incidente, a mezzo un discorso, senza parere: "a vizio di lussuria" "lussuriosa" "per la dannosa colpa della gola" in "cui usa avarizia il suo soperchio" "portando dentro accidioso fummo"1. E qui osserviamo che nei due cerchi, in cui sono punite le due colpe contrarie, la denominazione cristiana della reità è unica: avarizia, accidia. E un caso? Il fatto è che Stazio, prodigo, non dice o non sa dire il proprio nome della sua colpa. Egli dice2:

or sappi ch'avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura...


La colpa che rimbecca il peccato a cui è opposta, è bensi spiegata, ma non denominata. Anzi dalle parole di Stazio noi possiamo figurarci che le due colpe si chiamino, troppa avarizia o troppo poca avarizia. E cosi per la palude stigia potremmo imaginare, troppa accidia o troppo poca accidia. Già: l'accidia ha per segni l'esser fitti nel fango, il gor- gogliare con parole mozze, l'essere depressi e vinti dal timore. II troppo poco d'essa sarà il muoversi il vociferare rapido e forte, l'agitarsi continuamente,

  1. Inf. V 55, 63; VI 53; VII 48, 123.
  2. Purg. XXII 34.