Pagina:Sotto il velame.djvu/149


le tre fiere 127

               Io son, cantava, io son dolce Sirena
               che i marinari in mezzo mar dismago.

Ed ecco apparire una donna santa e presta, e

               l’altra prendeva e dinanzi l’aprìa
               fendendo i drappi, e mostravami il ventre:
               quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa.

Ed era alto il dì: il sacro monte era pieno del sol nuovo. Ma Dante pensava a quel sogno. L’angelo, con le ali di cigno, sventolò su lui le penne, e cantò: Beati qui lugent. Non erano, Dante e Virgilio, ancora nel cerchio dell’avarizia, ma vi salivano. E Dante pensava sempre, e Virgilio gli dichiara il sogno dicendo che quell’antica strega è quella

               che sola sopra noi omai si piagne.

Dunque e l’avarizia, gola, lussuria, che formano insieme col peccato punito nello Stige, che cosa? L’incontinenza.

Ora questa antica strega è solo quei tre peccati? Se è l’incontinenza, ha da comprendere anche quel quarto, duplice, a quel che pare, di color cui vinse l’ira e di coloro che furono tristi. Ha da comprendere; ma comprende? E sì, comprende. La femmina è balba. I fitti nel fango non possono dire il loro inno con parola integra, e lo gorgogliano nella strozza. Perchè? Perchè, dice Gregorio Nysseno,1 c’è la tristizia che tronca la voce e si chiama accidia. Questi fitti nel fango, che del resto portarono dentro accidioso fummo, sono tristi e hanno tronche le pa-

  1. Summa 1a 2ae 30, 8.