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Io son, cantava, io son dolce Sirena
che i marinari in mezzo mar dismago.


Ed ecco apparire una donna santa e presta, e

l'altra prendeva e dinanzi l'aprìa
fendendo i drappi, e mostravami il ventre:
quel mi svegliò col puzzo che n'uscìa.


Ed era alto il dì: il sacro monte era pieno del sol nuovo. Ma Dante pensava a quel sogno. L'angelo, con le ali di cigno, sventolò su lui le penne, e cantò: Beati qui lugent. Non erano, Dante e Virgilio, ancora nel cerchio dell' avarizia, ma vi salivano. E Dante pensava sempre, e Virgilio gli dichiara il sogno dicendo che quell'antica strega è quella

che sola sopra noi omai si piagne.


Dunque e l'avarizia, gola, lussuria, che formano insieme col peccato punito nello Stige, che cosa? L'incontinenza.

Ora questa antica strega è solo quei tre peccati? Se è l'incontinenza, ha da comprendere anche quel quarto, duplice, a quel che pare, di color cui vinse l'ira e di coloro che furono tristi. Ha da comprendere; ma comprende? E sì, comprende. La femmina è balba. I fitti nel fango non possono dire il loro inno con parola integra, e lo gorgogliano nella strozza. Perchè? Perchè, dice Gregorio Nysseno1, c'è la tristizia che tronca la voce e si chiama accidia. Questi fitti nel fango, che del resto portarono dentro accidioso fummo, sono tristi e hanno tronche le pa-

  1. Summa 1a 2ae 30, 8.