Pagina:Sotto il velame.djvu/123


poeta. Chè avanti il simbolo più comprensivo della malizia, avanti a Dite che è il re della citta roggia, la quale è il regno della malizia1, Dante dice:2

Io non morii e non rimasi vivo:
pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,
qual io divenni, d'uno e d'altro privo.

Resta la concupiscenza. Ebbene nel cerchio di essa, il quale punisce la forma più lieve ma più, diremo, caratteristica di essa; nel cerchio della lussuria, Dante muore3. Egli dice:

di pietade
io venni meno si com' io morisse
e caddi, come corpo morto cade.

E si noti che con un processo tanto solito in Dante quanto inavvertito dagli interpreti, il poeta compie a mano a mano il suo pensiero e a grande distanza, sì che la parola ultima di quello che, se noi non attendiamo, resterebbe un enigma forte, è pronunziata molto tempo dopo la prima. Della morte alla tenebra parla come d'uno svenimento. Della morte alla concupiscenza dice, sì, che era come una morte. La prima volta cadde come uomo cui sonno piglia; la seconda, cade come corpo morto. Morte dunque o non morte?

Ed egli solve l'enigma solo parlando della terza

  1. Inf. XI 16 segg.

    dentro da cotesti sassi
    .......... son tre cerchietti ....
    D'ogni malizia etc.

  2. Inf. XXXIV 25 segg.
  3. Inf. V 140 segg.