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Ed è naturale che a Dante, uscito allora allora dalla selva e già in cammino, rovinando, per tornarvi; Virgilio parlasse di quelli che dalla selva non uscirono mai; ed è naturalissimo che entrando nel vestibolo deì vili e non mai vivi, che è la stessa cosa, Virgilio parli di viltà, e dica:

Ogni viltà convien che qui sia morta;

che viltà è più propriamente, come Virgilio dichiara, quella1

la qual molte fiate l'uomo ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia, quand'ombra.

Ora e Dante nella selva e gl'ignavi nella vita questo fecero continuamente, e in questo somigliarono a bestie ombrose, che vedevano ciò che non era e ciò che era non vedevano: onde nulla quelli mai operarono, e nulla avrebbe operato esso, se infine non avesse passato la selva e quetato un poco la paura del cuore, cioè l'irresolutezza dell'appetito che fugge e caccia. Ben altrimenti si condusse quell'Enea, che Dante dice di non essere: "Io non Enea...". Quegli, esempio di nobiltà, cioè di non viltà,2 per quello spronare dell'animo, "sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno". Ma Dante per le parole e per il lieto viso di Virgilio si conforta. La viltà muore. Egli entra nel vestibolo dove è la viltà assoluta. II maestro gli aveva detto:3

non ragioniam di lor ma guarda e passa.

  1. Inf. II 46 segg.
  2. Conv. IV 26.
  3. Inf. III 51